giovedì 14 ottobre 2010

Figli di...

giovedì 14 ottobre 2010
Va avanti da qualche giorno una querelle sul rapporto tra i figli dei boss ed il resto del mondo.
Tutto parte da un servizio di Striscia la notizia sui beni confiscati alla mafia ed assegnati dal Comune di Palermo ad alcuni associazioni, in una delle quali pare esserci Roberta Bontate la figlia del boss Giovanni (fratello di Stefano Bontade).
La signora Bontate rilascia un'intervista, ripresa da più testate, in cui dice “Quando mio padre e mia madre furono uccisi avevo undici anni. Ho trascorso la mia vita nel segno della legalità e del rispetto degli altri. Mi sono impegnata nel volontariato, negli studi, nella crescita dei miei bambini. Sono una persona, non solo la figlia di un mafioso. Pretendo che mi si giudichi per quello che sono, non per .
come mi chiamo”
Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe ucciso dalla mafia, le risponde con un suo articolo su Il Fatto puntualizzando "lei afferma proprio ciò che io, orgogliosa figlia di una vittima innocente della mafia, non posso concederle di dire: “Non rinnego la mia famiglia, non potrei. Ma rivendico il diritto a vivere una vita normale”. Lo stesso fa Angelo Provenzano, che ha sempre difeso il diritto di non rinnegare la sua famiglia. Vede, signora, la differenza tra voi e Peppino Impastato o Rita Atria, consiste esattamente in questo. Anche Impastato e Rita Atria appartenevano a famiglie mafiose, ma si sono guardati bene dal difendere il proprio albero genealogico infestato da frutti marci, e anzi hanno combattuto contro le proprie origini in virtù di quel senso di giustizia del quale parla lei oggi sui giornali".
In questa discussione fa il suo ingresso l'avvocato di Bernardo Provenzano, Rosalba Di Gregorio che replica su Il Fatto, ed anche su LiveSicilia, al posto di Angelo Provenzano figlio del boss Bernardo, "Esprimo il mio pensiero da cittadina italiana e, nel caso specifico, manifesto il mio vivo disappunto. Come cattolica, poi, ricordo che ci si confessa e si fa ammenda dei propri peccati e non di quelli commessi da altri".
A cui fa seguito una ulteriore replica di Sonia Alfano "Mai detto che i figli debbano pagare per le colpe dei padri mafiosi, e la sfido a dimostrare il contrario. Quello che pretendo, sì, stavolta lo pretendo, è che non salgano in cattedra a dare lezioni se non prima di aver rinnegato non il padre, attenzione, ma la mafiosità dei padri, degli zii e dei fratelli".
Al di là del servizio di Striscia la notizia, al di là della singola posizione dei partecipanti a questa querelle, mi chiedo perchè si senta, oggi, la necessità di sottolineare, lo fa sia la Bontate che l'avvocato, che i mafiosi sono buoni padri di famiglia, affettuosi e"normali"? A parte Sonia Alfano e Davide Faraone (in merito ad un'altra vicenda però), non ho letto altre prese di posizione.
Che sia una nuova strategia della lotta alla mafia, della serie "gli facciamo credere che siamo con loro e poi li attacchiamo"? Oppure è una strategia della pseudo lotta alla mafia, quella che ti dice "li prenderemo tutti, senza pietà...però son carucci questi mafiosi, fanno tenerezza" Ci manca solo che ricominci il ritornello "la mafia dà pane e lavoro".
Comunque, personalmente non credo che i figli dei boss debbano essere emarginati o rinnegati dalla società per partito preso, ma che lo debbano essere solo per il fatto che condividono quel sistema di valori al rovescio che è il mondo della mafia.
Mi spiego meglio: il figlio sa benissimo che il padre è un boss (nella storia non ci stanno figli all’oscuro delle gesta paterne), sa benissimo che i soldi con cui vive provengono da illecite fortune e sa benissimo che la gente lo rispetta perchè porta quel cognome, quindi cosa deve fare il figlio del boss per essere se stesso ed essere valutato per quello che è? Scegliere semplicemente la sua strada. O contro il padre ed i suoi sistemi rimboccandosi le maniche e facendosi valere per quello che è o a favore del padre e godere dei benefici economici ed accesori che tale posizione porta. Entrambe le scelte hanno un problema comune: non metteranno mai d’accordo l’opinione altrui.
Colui che rinnega, nei fatti, la mafia e tutto il sistema che le gira intorno, fosse anche il figlio di Provenzano, merita il mio rispetto e la mia comprensione qualora venisse discrimato per il cognome che porta. Scelte diverse, fanno dei figli dei boss semplici conniventi con la mafia. E non vedo come questo possa essere diverso da quello che è.
Mi chiedo come mai i cittadini italiani non esprimano il loro“vivo disappunto” per il fatto che ancora la mafia esiste, soprattutto se si professano anche cattolici. Non sanno forse che la mafia è cultura di morte?

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